IL SENSO SEGRETO
DEL DRAMMA AMOROSO DI ERIK E ASLAUG



Pubblichiamo un recentissimo scambio epistolare intercorso tra Tommaso Iorco e una signora (che ha chiesto di restare anonima), in quanto esso illumina di una luce nitidissima alcune fra le motivazioni principali che ci hanno portato a impegnarci nel Progetto Erik.

Ecco quanto la signora ha scritto (in data 9 luglio 2018):



Caro Tommaso,

ho ricevuto la bella notizia del “Progetto Erik” e desidero anzitutto esprimerti la mia gioia nell’apprendere che un’opera teatrale di Sri Aurobindo verrà finalmente portata in scena. Spero di poter essere tra quanti avranno il privilegio di assistere allo spettacolo, se la mia età e i miei acciacchi lo permetteranno. Vedrò pure, se mi sarà possibile, di fare una donazione, compatibilmente alle mie magre possibilità economiche.

In questi giorni, dopo la felice notizia, ho voluto rileggermi questo testo teatrale. E devo dirti francamente che, per quanto ami tutto quello che Sri Aurobindo ha scritto, non capisco il motivo che vi ha spinto a scegliere proprio questa drammaturgia.

Nell’introduzione alla tua traduzione dell’opera suddetta, hai scritto: «Al pari dell’enigmatico sorriso della Gioconda, queste due opere di poesia drammatica — Erik e Vasavadatta — celano misteri e significati reconditi, che lasciamo al lettore il piacere di scoprire, così come si ammira il corpo di una dea mentre cadono uno dopo l’altro i veli che nascondono l’inebriante nudità delle sue forme».

Se così stanno le cose, ammetto di essermi persa qualcosa di fondamentale, che sfugge alla mia interpretazione. E mi pare di intuire (per quanto oscuramente) che tu abbia ragione; il fatto stesso che Sri Aurobindo abbia deciso di comporre quest’opera a Pondy, in un’epoca in cui era già entrato in contatto con la coscienza sopramentale, mi fa dedurre che effettivamente deve esserci un significato più recondito rispetto a quello narrato in superficie. Ti sarei pertanto grata se tu trovassi il tempo di illustrarmelo. In caso contrario, non preoccuparti: non intendo distrarti dai tuoi compiti.

Ammiro il tuo lavoro e ti sono sinceramente grata per quanto stai portando avanti ormai da decenni.

Un caro saluto,

(firma)



Ed ecco la risposta di Tommaso, datata 25 luglio:



Cara ...,

grazie per le tue belle parole.

Effettivamente, gli impegni mi assorbono interamente e mi ritrovo ad avere sempre meno tempo da dedicare alla corrispondenza, che ormai ho quasi interamente affidato alle cure della insostituibile Gaia. Tuttavia, la tua richiesta necessita di una risposta, poiché ho la netta impressione che quanto esprimi sia opinione abbastanza diffusa tra i lettori (pochi, temo!) del testo teatrale Erik. Proprio per questo motivo, ti chiedo il permesso di rendere pubblico tale nostro scambio epistolare.

Se tu compulserai con attenzione (intendo dire: con partecipazione interiore) questo sublime capolavoro di poesia drammatica, non potrai fare a meno di cogliere un livello di lettura molto più profondo di una semplice (per quanto avvincente) storia d’amore ambientata in Norvegia in epoca normanna.

Come ben sappiamo, la poesia di Sri Aurobindo è troppo raffinata per scadere nel genere didascalico, ma se si legge la vicenda amorosa di Erik e Aslaug con la giusta introspezione, si scoprirà presto che è la trasposizione poetico-teatrale della relazione intercorrente tra il Divino e l’anima umana! Tutti i dettagli sono presenti per renderlo palese, oltretutto con un trasporto, un realismo, una luminosità talmente vivida e concreta, da restare ancora una volta ammirati e illuminati dall’ineguagliabile genio poetico di Sri Aurobindo.

Gli stessi nomi scelti per i due protagonisti della vicenda sono alquanto espliciti. Si tratta infatti di due parole composte: Erik è formato da ei e ríkr, che in antico norreno significa “l’eterno Sovrano” (è il “Signore supremo” cui Mère fa spesso riferimento), mentre Aslaug deriva da áss e laug, traducibile come “l’amata divina” o, con maggiore precisione, la “congiunta” (laug) del “Divino” (áss). Probabilmente è un puro caso, ma trovo quanto meno singolare il fatto che il primo Eiríkr (Erik) mitologico di cui si tramanda nella tradizione nordica, viene fatto discendere da un certo “re Agni”! Non dobbiamo infatti dimenticare che la tradizione norrena è uno dei tanti rigogliosissimi rami dell’unico grande albero indoeuropeo: il tronco è comune a tutte le tradizioni, a partire da quella vedica, per abbracciare la greca, la latina, la celtica, l’ugro- finnica, la baltico-slava e altre ancora).

Ma, al di là di questo curioso particolare del re Agni (che, ovviamente, non figura nel testo di Sri Aurobindo), nell’opera teatrale non c’è un solo dettaglio da cui non traspaia il “simbolismo” VIVO, palpitante dietro ogni singolo verso (di esemplare bellezza, peraltro: il ritmo poetico è davvero meraviglioso e la musicalità è semplicemente perfetta). Se rileggerai il testo con questa “chiave di lettura”, ti sorprenderai di quanto il suo linguaggio poetico sia sovraccarico di un senso teso a rievocare il lungo rapporto di approccio e di reciproco amore tra l’anima e il Divino (con tutte le esitazioni iniziali da parte dell’anima umana nei confronti di un Divino di cui non comprende il modus operandi, attratta e al tempo stesso spaventata da una tale foga amorosa da parte di Colui che è indisposto a reclamare nulla di meno di una unione completa, estasiante, perfetta, conducente cioè a quella totale fusione beatifica che è già la realtà essenziale soggiacente ciascuna anima individuale) e che non vi sia nulla messo lì per caso o per soddisfare esigenze puramente poetiche: tutto è architettato con una precisione millimetrica per rappresentare l’eterna avventura dell’anima.

Leggendo l’opera con questo spirito, si trova una tale quantità di corrispondenze con il proprio percorso interiore, da rimanere sbalorditi per una tale aderenza a quelli che possiamo a giusto titolo chiamare i fatti concreti dell’anima!

Tengo inoltre a sottolineare come ogni drammaturgia teatrale, per quanto godibile anche come opera poetica a sé stante, può essere apprezzata e compresa appieno solo quando viene adeguatamente rappresentata. Se un qualsiasi poeta non avesse ben chiara una simile “magia del teatro”, non riterrebbe affatto opportuno scrivere opere di poesia drammatica: la poesia lirica e quella epica gli sarebbero più che bastanti per appagare la propria espressività artistica. In teatro, tra gli ‘addetti ai lavori’, si distingue tra “il morto” e “il vivo”: il morto è il testo drammatico cartaceo, mentre il vivo è quello stesso testo adeguatamente messo in scena, per l’appunto vivificato dagli artisti performativi. Il grande teatrante Antonin Artaud ripeteva spesso che «il teatro è una vera e propria operazione di magia», e non ci si rende conto di quanto questa sua affermazione sia vera (purtroppo, l’ascesa ottocentesca della classe borghese, che si è impossessata del teatro e che lo ha trasformato da un lato in uno strumento di distrazione di massa, dall’altro in un ozioso passatempo confezionato per compiacere pochi privilegiati, esercita ancora oggi i suoi effetti dannosi; tutto ciò ha trasformato gli stessi attori in maldestri apprendisti stregoni, quando non addirittura in semplici mestieranti — ma, per fortuna, le cose sono destinate a cambiare).

Concludo questa mia con un riferimento alla tua eventuale donazione: ritengo che la portata simbolica di questo atto sia superiore a ogni altra considerazione; pertanto, sarei lieto se tu potessi aggiungerti alla lista di quanti hanno già aderito. Anche cinque euro possono bastare: l’importante, come sempre, è quello che vibra dietro al gesto.

Ti auguro ogni bene e spero di cogliere la tua presenza tra gli spettatori, al momento opportuno!

Tommaso



Occorre infine aggiungere un dettaglio ulteriore. Appena ho letto lo scambio di corrispondenza appena riportato, mi è subito venuta la curiosità di capire se anche il personaggio di Hertha (il terzo dei personaggi principali del dramma lirico di Sri Aurobindo) avesse una analoga chiave simbolica di lettura. Ecco cosa mi ha risposto Tommaso in proposito:



Hertha rappresenta la Natura materiale.

Esattamente come per gli altri due personaggi, il senso simbolico è esplicito fin dal suo nome, direttamente collegato al dio norreno del mare Njördr (il mare, per i vichinghi, era il maggiore dispensatore di prosperità — e il dio corrispondente era infatti protettore dei pescatori e dei marinai); Tacito, il quale fu il primo scrittore romano a citare tale dio, lo rese in latino come Nerthus, ma una errata lettura della N lo rese Herthus, da cui per l’appunto deriva Hertha, diventato il nome della dea germanica della fertilità, Madre Terra o Madre Natura.

Hertha rappresenta quel particolare aspetto di Madre Natura che opera nascostamente per aiutare l’anima umana a unirsi al Divino. Anche quando non si comprendono i suoi intenti (al punto da apparirci casuali), oppure addirittura quando sembra complottare per la nostra disfatta, in realtà essa lastrica per noi la strada più completa (che raramente è la più semplice o la più diretta!) per arrivare infine a una unione completa e ricca al di là di ogni immaginazione.



Sono sicuro che queste precisazioni saranno considerate preziose e illuminanti per molti, come lo sono state per me… Rileggendo il testo, esso disvela una luce ancora più radiosa!

Leonardo Cellai